"A scuola di parità” è il blog della Fnism-Catania per la disseminazione di esperienze educative e formative che promuovano la cultura della parità di genere.
Accoglie parole, storie, testi, proposte e racconti di esperienze realizzate da studenti ed insegnanti nelle scuole di ogni ordine e grado, in collaborazione con Associazioni, Enti, donne e uomini del mondo della Cultura.
Si propone di coltivare un progetto di scuola attenta al valore delle differenze, di sostenere il confronto tra docenti su temi e problemi dell'istruzione e dell'educazione alle differenze e alla parità per una scuola inclusiva, aperta al cambiamento, accogliente.

Il blog "A scuola di parità" è curato dalle docenti Pina Arena e Maria Pia Dell'Erba.


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Presenze e assenze a scuola ai tempi del Covid-19

di Teresa Zuffanelli. Docente di lettere, Liceo scientifico Empoli-Firenze 





Presente! A ogni appello che si rispetti si risponde presente, se possibile con un po’ di entusiasmo. Nel primo biennio dell’istituto tecnico di Empoli, dove insegno, non faccio quasi mai appelli: entro e guardo chi è presente, mentre studentesse e studenti, come ogni giorno, adagiano brutalmente in terra zaini, finiscono di bere il caffè delle macchinette e si scambiano parole assonnate: “No prof, oggi Caio è assente”, “Strano prof, oggi siam tutti presenti!”.
La Dad è didattica senza “presenti”. Assente di certo mi sento io, quando penso a come rendere proficua questa situazione. Didattica che si vede da lontano: non mettiamo a fuoco chi la pratica, come, con chi, con quali mezzi.
Prima di ogni nuova avventura soppesiamo competenze e mezzi per affrontarla: questa volta non è andata così. Siamo partiti senza sapere niente e poi, magicamente, molti hanno iniziato a (far finta di) saper far tutto. Io sto imparando (stiamo imparando) con fatica e preoccupazioni: dopo una prima settimana di totale spaesamento ho iniziato a un po’ a capire, immaginando le vite di studenti e studentesse nel chiuso delle loro intimità. Quelle intimità che intravedo adesso come sfondo alle videolezioni, intimità che possono essere nidi o gabbie.
Il primo contatto con alunne/i e genitori è fatto di messaggi, e-mail, telefonate: con i rappresentanti di classe (anello fondamentale della catena), poi con i ragazzi più fragili. Qualche lato positivo lo intravedo. Avendo meno informazioni quotidiane da focalizzare e memorizzare, gli alunni hanno più tempo per svolgere i compiti assegnati. Servono pazienza e tempo.
Dopo aver imparato come fare lezioni online, guardandosi in faccia e magari fare due risate sui capelli scaruffati di ognuno; dopo aver capito che le attività andavano programmate per tempo, lasciando spazio alla creatività; avendo discusso insieme ai ragazzi circa il carico complessivo di lavoro e le paure di ciascuno: emerge sempre più il bisogno di svincolare le dinamiche didattiche dai rapporti di forza “in presenza”. Elemento chiave: la relazione. Se ragazzi, docenti e famiglie si relazionano, risolviamo problemi. Alunne e alunni vanno guidati negli scambi, come nell’organizzazione e nella scansione del lavoro, non più intrappolati dal suono della campanella. Con questi presupposti riesco a fare davvero didattica “ad personam”.
Speranza c’è quando vediamo come franano, e quindi non abbiano più ragione di esistere, regole che vigono in aula, dove la relazione verticale spesso arriva a soffocare la ragione di esistere di quell’aula: l’imparare insieme. Sembra ridicolo perpetuare le regole “in presenza” davanti alle webcam. Chi avrà il coraggio di seguire questa nuova forma di didattica, vivrà un’esperienza in cui vi è una condivisione orizzontale del sapere e una scelta consapevole nell’imparare, e non un’istruzione imposta dal vertice.
Ovviamente là dove la “gabbia domestica” impedisce l’apprendimento, i ragazzi si trasformano in individui soli e perduti. Perduti nel mare di parole scritte e dette “in lontananza” perché parlano poco o niente italiano; persi dietro muri invalicabili coloro che hanno disabilità legate alla socializzazione; perso chi ha genitori violenti e distanti; persi coloro che devono quotidianamente riconfermare autonomia e conoscenze per non vederle svanire nel vento. I “perduti” sono coloro che per primi dovrebbero rientrare a scuola, per uscire dalla gabbia e ricominciare a condividere.
Inesorabile, con la didattica a distanza, si è mostrato anche il nodo della valutazione. “Prof, ma perché fate verifiche se poi si passa tutti?”; “Il prossimo anno si faranno compiti sugli argomenti svolti online?”. Rispondo che non lo so, che sono incerta e spaesata come loro e non ho risposte, che dobbiamo tutti leggere, studiare, scervellarci per trovare soluzioni inedite. Poi parto con la mia filippica, nel cuore della quale c’è il motivo per cui a mio avviso la scuola esiste: si fa scuola per imparare e/a stare insieme, per correggerci, per graffiarci nel profondo scoprendo la nostra inadeguatezza, per tirare un sospiro e subito rimetterci a correre. Ora siamo tutti in mare aperto a cercare qualcosa che assomigli a ciò che conosciamo e, temendo di non trovarlo, iniziamo a pensare diversamente…
A me quest’anno viene una gran voglia di usare il timbro del Maestro Manzi per tutti/e: fa quel che può. Quel che non può non fa..

"Prime donne" di Marisa La Spina e le donne riemergono


Un progetto di scuola che può diventare un percorso permanente. 
Tre donne: la prima, l'autrice,  è una  studente sensibile e determinata, consapevole e desiderosa di contribuire ad un mondo di parità. 
La seconda è un'insegnante che apre prospettive nuove nel racconto della storia. 
La terza: un’altra insegnante che suggerisce un uso sapiente della multimedialità. Ed ecco un risultato pregevole, nuovo ed anche utile: un libro multimediale dedicato alle donne che la storia ha, colpevolmente, dimenticato e cancellato. 
Racconta la professoressa  Lorena Salerno, docente referente del progetto: “Nei libri di storia è inesistente lo spazio riservato alle donne, questo libro nasce con questa consapevolezza. 
Marisa La Spina, studentessa di una quarta classe dell’istituto odontotecnico “Fermi Eredia” di Catania ha raccolto, catalogato, ordinato il materiale biografico di alcune figure femminili che si sono distinte per coraggio e audacia nel corso del periodo storico del ‘700 e ‘800, le cosiddette donne “trasparenti.” Il lavoro si è svolto durante l’intero anno scolastico nell’ambito delle attività programmate  di italiano e storia,   e nel periodo della dad ha “visto la luce... Dopo la fase di ricerca e di organizzazione del materiale scelto, la   prof.ssa Rosa Salerno, animatrice digitale, ci ha insegnato la struttura del libro digitale che diversamente dal libro stampato prevede l’uso dell’ausilio informatico con inserimento di video, link, foto, audio recitati dalla stessa alunna. Un lavoro di didattica nel quale tradizione e innovazione, saperi e cittadinanza  si compongono. Il progetto prevedeva, inoltre, una sorta di disseminazione nelle altre classi ma le difficoltà nate dall’improvvisa sospensione dell’anno scolastico non hanno permesso l’attuazione della parte pratica. Estremamente positivo il bilancio di questa esperienza in un contesto prevalentemente maschile, esperienza che ha arricchito anche la mia professione. Dal lavoro delle donne sulle donne nasce la forza dei cambiamenti e veicolare questi messaggi diventa fondamentale per superare gli stereotipi di genere.” Questa è la scuola che contibuisce all'equiparità del mondo nuovo che vorremmo.

Il libro di Marisa La Spina  è fruibile al link 




DAD: fare di necessità virtù, dal magister erectus al magister sapiens.



di Luca Amore insegnante di Matematica e Fisica. Liceo scientifico Catania



In questo periodo si è spesso parlato di salto di specie: bastava accendere la TV o collegarsi ad un forum che già trovavi un virologo o un esperto (o un sedicente tale) che ti propinava la teoria accreditata su come il  COVID-19 sia transitato dal pipistrello al pangolino (che prima di allora non avevamo mai sentito nominare) e da quest'ultimo all'uomo. Qualcuno per darsi un tono te lo pronunciava anche in inglese “spillover”.
Mentre eravamo presi da queste teorie e ognuno di noi si addentrava nei meandri della biologia, delle sequenze del DNA e della proteina spike, ci sfuggiva  un altro salto di specie o,  come  un antropologo forse avrebbe detto,  semplicemente un tassello della catena evolutiva: dal magister erectus al magister sapiens.
La classe docente, da tempo   divisa in due fazioni – per la prima    il computer è un orpello inutile che ottunde le menti,   per  la seconda il computer va utilizzato per svolgere qualunque attività (anche elementare)- ora si è ritrovata corpo unico e le due categorie di insegnanti sono   confluite in una nuova specie docente.
Questa evoluzione, come tutte le evoluzioni, è stata possibile perché si sono presentate le condizioni favorevoli affinché si affermasse questo nuovo tipo di docente.
Noi  insegnanti ci siamo trovati a fruire esclusivamente dei nuovi strumenti, di contro rimpiangendo la semplicità e la leggerezza della “bassa tecnologia” con  gesso e lavagna.
Ognuno di noi potrebbe soffermarsi a riflettere su quanto tempo sarebbe stato necessario in tempi di normalità  per acquisire le competenze sviluppate in questo straordinario periodo, su quanti corsi di aggiornamento avrebbe   dovuto seguire, magari    distrattamente e  controvoglia.
Tra i docenti c'era ancora chi aveva mal digerito l'avvento del registro elettronico e periodicamente si faceva promotore di un ritorno al cartaceo: ed  invece eccolo qua il “lockdown” e quello che non è avvenuto in vent'anni è avvenuto in un paio di mesi.
È ovvio che   avremmo fatto volentieri a meno di questa emergenza e acquisito placidamente  competenze tecniche: ma così non è stato, non ci è stato chiesto di scegliere ed abbiamo fatto di necessità virtù.
In realtà questo brusco cambiamento ha riguardato anche i nostri alunni e le nostre alunne: nel nostro immaginario i ragazzi e le ragazze  sono naturalmente  portati  alla tecnologia, ma   in realtà sono regrediti negli ultimi anni   nell'uso  del computer   perché l'avvento dello smartphone ha fagocitato il loro tempo e spesso ahimè anche i loro interessi.
Infatti, pur avendo alunni “smanettoni” con lo smartphone, non è stato poi così raro avere ragazzi che non sanno aprire la posta elettronica o che hanno seri problemi con l'account.
In particolare i miei ragazzi hanno molto apprezzato le videolezioni asincrone, che a me richiedono  un tempo infinito per la loro realizzazione ma a loro danno la grande opportunità di rilettura degli argomenti svolti.
Ma diciamoci la verità:  chi di noi preferirebbe questo tipo di lezione alla lezione  in classe?
Qui viene a mancare  l’autentica  comunicazione non verbale, in entrambi i sensi  di trasmissione.
Chi come me coltiva il motto “ludendo docere” e fa dell'empatia   uno strumento fondamentale della propria azione didattica, non può che attendere con ansia il ritorno in classe.
Durante le lezioni in classe sono in moto perpetuo e credevo che questo mio necessario girovagare potesse infastidire qualche studente, invece con sorpresa     mi sono congedato dalle mie classi  con la comune speranza   che possa tornare di nuovo in orbita attorno a loro. 

La Dad dal punto di vista del cuore


La Dad dal punto di vista del cuore di Patrizia Salerno-docente di lettere-Scuola
Media-Acicatena

La DAD dal punto di vista del cuore: malinconia, assenza, vuoto. Non potere attraverso sguardi, gesti, sorrisi, complicità, cogliere il malessere, la gioia, i sentimenti dei miei ragazzi perché uno schermo è un filtro freddo e privo di vita che mistifica e pone un'arida barriera.
La DAD dal punto di vista "istituzionale": un insieme rivoltante di falsità.
Un terreno pietroso non produce frutto, una didattica senza possibilità dialettica, che non è pura trasmissione di saperi ma implica scambio, è arida e non stimola crescita, impedisce al pensiero critico- analitico, di sbocciare, "rattrappisce" il concetto di cultura. Volere rivestire di legalità e credibilità tutto questo è inaccettabile per tutti coloro che non solo fanno scuola ma sono la scuola, sono fra i responsabili della futura Umanità.
Provo rabbia, ribellione, risentimento.
  La scuola è luogo di persone che s'incontrano e crescono, non di macchine.Ho bisogno di far rivivere il cuore in quel meraviglioso mondo che lega docente e discente, che  mi lega  ai miei  meravigliosi ragazzi e ragazze.

Passione: il “filo di lana” che ci lega


di Silvia Desideri insegnante di lettere I.I.S. “G.Ferraris-F.Brunelleschi” Empoli (FI)


L’eccezionale situazione, che abbiamo vissuto e stiamo vivendo, ha messo sotto i riflettori l’urgenza di attivare la modalità di didattica a distanza, unico modo per mantenere   non solo la funzione del lavoro didattico, ma anche il legame cognitivo ed emotivo tra scuola, studenti e famiglie.
Nonostante ciò, la scuola a distanza non può e non potrà sostituirsi al lavoro in presenza, alla relazione educativa in aula, in cui discenti e docenti comunicano non solo con le parole, i libri, i video, gli strumenti tecnologici, ma soprattutto con gli sguardi, l’incontro fisico e l’empatia, indispensabili per la formazione della persona e del cittadino. Le tecnologie, o meglio le tecnologie di apprendimento, ci hanno offerto e ci offrono l’opportunità di continuare il rapporto didattico con i nostri studenti e di “stare in contatto” con loro, ma non ci permettono un rapporto di vicinanza fisica in classe, giorno dopo giorno. La fissità di uno schermo non fa trasparire emozioni, sgomento, paure, angosce e/o speranze.L’emergenza Covid-19 ci ha colti tutti impreparati, il cambiamento è stato repentino e ha messo in evidenza le differenze economiche e culturali. Il nostro Istituto ha aiutato, in tal senso, studenti e  famiglie in difficoltà, ma non ha potuto, certo, supplire agli improvvisi blackout, al malfunzionamento della connessione, o alla mancanza di un ambiente adeguato per poter partecipare alle lezioni; qualcuno ha intorno fratelli, sorelle o cugini vocianti; qualcuno si trova nel ripostiglio con la lavatrice e gli indumenti da lavare etc. Noi insegnanti, per ovviare a tali eterogeneità di situazioni e condizioni, siamo stati flessibili e ci siamo messi a disposizione per assistere i ragazzi in qualsiasi momento della giornata.
Il lavoro che sta dietro alla didattica a distanza è stato ed è, notevole e incalcolabile, per rendere accessibile la lezione, che manca di empatia, di condivisione fisica e di gestualità, gli insegnanti hanno dovuto ripensare e reinventare una didattica diversa. Cercando di ovviare all’eterogeneità di situazioni e condizioni delle famiglie, che ha reso e rende ancor più difficile il nostro lavoro di insegnanti.In tal contesto, il sapere e la conoscenza devono essere rivalutati come “antidoti” che ci rendono più forti e più potenti. Pensiamo agli occhi puntati che tutti noi abbiamo in questo periodo sulla scienza, sugli scienziati e sui biologi, che si basano proprio su una ricerca continua. Pertanto, conoscere, sapere, imparare sono atti necessari irrinunciabili e non rinviabili. Come docente referente di vari progetti, quali, per esempio, il Laboratorio Teatrale e lo Scrilab con produzione di cortometraggi, mi è sembrato opportuno, continuare le attività pomeridiane, con tutte le difficoltà dovute alla distanza, alla condizione di separatezza e alla surreale situazione, per creare occasioni di reiterata socializzazione in un ambiente condiviso, seppur virtuale. Importante per “nutrire” lo spirito degli studenti, per allontanarli il meno possibile dalla quotidianità, per dare loro una speranza, la possibilità di essere utili alla società e cercare di trasformare un periodo di paure ed incertezze in un momento di crescita. In tutto ciò è stata fondamentale la partecipazione di alcuni studenti, già diplomati, attraverso il "filo di lana" che li lega all'Istituto. Ciascuno di loro ha messo a disposizione la propria fantasia, le proprie competenze collaborando per uno scopo comune, rafforzando pertanto il senso di comunità. Gli incontri avvenuti nella nostra “agorà virtuale” sono stati fondamentali per imparare, collaborare, infondere autostima, crescere personalmente e culturalmente, definendo la propria individualità all’interno del gruppo (anche se a distanza). Il compito della scuola, infatti, non è solo preparare ad una professione, ma anche insegnare ad esercitare autonomamente il proprio pensiero critico. Da Marzo in poi, quindi, per esempio l’attività del Laboratorio Teatrale ha proseguito online. Piccoli gruppi interscambiabili si sono alternati, quotidianamente. Mancando la dimensione fisica del teatro, dello spazio collettivo, della voce spiegata, dei gesti grandi, della forza, dell’intensità, della felicità, abbiamo scelto di adattarci al tempo: voci e volti raccolti da dispositivi individuali, piccole e grandi isole. “Arcipelaghi”. Anche per l’attività dello Scrilab gli obiettivi inizialmente prefissati sono stati rimodulati sulla situazione, sulla riflessione e documentazione dell’emergenza attuale.Forse, da questa esperienza usciremo cambiati. La pandemia ha messo in crisi la nostra routine, le nostre certezze, ma ha rafforzato il senso di appartenenza al proprio Istituto, alla propria Regione e al proprio Paese.

Nessuna persona si giudica dall'aspetto. Il caso di Giovanna Botteri


di *Sara Bartalini

 Dopo aver letto la lettera che la giornalista Giovanna Botteri ha scritto qualche giorno fa, la prima cosa cosa che ho pensato è stato che, secondo me, i suoi capelli non erano poi tanto male! La sensazione che mi ha accompagnata subito dopo, è stata lo sdegno; lei poteva avere i capelli turchini, essere arruffata o calva… il punto è che una brava giornalista non si giudica dall'aspetto (ovviamente nessuno si presenta in modo indecoroso!). Nessuna persona  si giudica dall'aspetto.
Per quanto riguarda la trasmissione nella quale la Botteri è stata criticata penso che non si cerca di fare audience mettendo alla berlina una persona seria che sta facendo il suo lavoro.
La seconda cosa che ho pensato, ma non seconda per importanza, è che ci sono un sacco di giornalisti, inviati, commentatori maschi che vengono presi in giro solo se sbagliano un congiuntivo (brutta cosa per un giornalista!) o perché sbagliano qualcosa durante il servizio, ma non per l' aspetto fisico! E allora qui torniamo al solito vecchio pruriginoso discorso del cosiddetto 'sessismo' o differenza di genere… una differenza che c'è e ci deve essere, ma che non deve permettere assolutamente differenze di trattamento nella vita lavorativa, sociale e familiare.
La terza cosa, che mi ha anche un po’ rattristata, è stato il fatto che a fare tale commento è stata proprio una donna che, della sua emancipazione ne ha sempre fatto bandiera… allora questo vuol dire che gli ideali valgono solo quando di mezzo non c'è il denaro? E invece si sventolano per farsi pubblicità? Mah, è tutto davvero triste...
C'è anche da dire che probabilmente la redazione di 'Striscia la notizia' ha fatto fare questi commenti a Michelle Hunziker di proposito, consapevole che se li avesse fatti un collega maschio, subito si sarebbe urlato al maschilismo. Fortunatamente, anche se le parole di scherno sono uscite dalla bocca di una donna, non sono passate inosservate da gran parte del pubblico e questo già è un passo avanti, soprattutto nel mondo della televisione che, volenti o nolenti, influisce sulla mente di tanti grandi e piccini. È importante che arrivino questi messaggi di dissenso se necessario, per cambiare qualcosa.
A tirare su la questione e a rimettere i puntini sulle 'i' ci pensa, in modo veramente elegante ed educato, Giovanna Botteri con la sua lettera; spiega che in tutto il modo ci sono giornaliste di ogni razza e colore, ognuna col suo fisico e non sono fotomodelle (pagate per mostrarsi e non fiatare), ma donne in gamba che sono apprezzate dalle principali società televisive mondiali, in onda si pettinano come vogliono e si vestono come vogliono, l'importante è quello che hanno da dire.
Tra l' altro la Botteri stava trasmettendo dalla Cina, dove la situazione non è ancora del tutto facile; inoltre lei ha lavorato su diversi fronti, spesso inviata in Paesi con situazioni difficili, dunque si rende bene conto che è la sostanza quello che conta. 
*Sara Bartalini, studente dell'IIS "Ferraris-Brunelleschi" (Empoli, Fi).

EUROPAINSIEME: volti, parole, voci

Partiamo dal mare e ritorniamo alle onde del Mediterraneo, del mare di Omero per un’#Europainsieme. Con le parole delle poetesse europee, insieme, studenti e insegnanti di 12 Paesi d'Europa raccontano la bellezza della cultura del Continente antico ed il desiderio di un’Europa giovane unita in un comune progetto di pace, libertà, fratellanza e sorellanza, solidarietà, condivisione, amore, conoscenza e riconoscenza, risalita, umanità e accoglienza. Perché l’Europa è tutto questo. Ragazze e ragazzi, insegnanti, interpretano frammenti delle poesie di Wislawa Szymborska, Boris Cristov, Marin Sorescu, Giuseppe Ungaretti, Francisca Aguirre, Karl Kraus, Kölcsey Ferenc, Alda Merini, Paul Éluard, Florbela Espança, Konstantinos Kavafis, Christian Morgenstern, Theodor Kallifatides . Ci sono anche le parole latine e greche delle radici della cultura europea: dei poeti Virgilio e Omero che parlano di un mondo di pace e accoglienza. Grazie a Delfo e Ibrahim ( Italia del sud e del Nord ),Tania(Bulgaria),Silvia (Francia),Julian (Germania),Pablo(Spagna),Maja (Polonia),Emilian (Svezia), Cristina (Romania),Sara (Ungheria) ,Ilias (Grecia), Ana (Portogallo), Fiona (Austria). Elli, insegnante greca, è Nausicaa che racconta l’anima ospitale della terra dei Feaci. Vincenzo interpreta l’auspicio virgiliano di un tempo di pace. Grazie a docenti e dirigenti che hanno aderito al progetto : Florentina Gheorghe, Petia Tontschewa, Ana Bento, Ilias Agathangelidis, Vasile Nicoara, Boryana Stambolova, Henrik Nöbbelin, Salvina Gemmellaro, Maria Grazia Fornaroli, Fabiana Scifo, Adriana Di Buono. Grazie per il supporto a Costanza e Anna Paola Franzì, a Maria Naji 


#Europainsieme è un progetto Fnism-Catania, ideato e curato da Pina Arena e Antonio Risoluto per la Giornata dell’Europa2020.

*DAD: un’opportunità per una scuola umana?


   di Pina Arena insegnante di Lettere, Liceo scientifico Catania


La DAD è un’ opportunità in questa emergenza,  necessaria ora, crea contatti,  espande il nostro lavoro, ma non sa e non può  sostituirlo, perché la professione docente  è fondata sulle emozioni, sulla fisicità,  sulle relazioni tra l’insegnante- la persona che  con professionalità e umanità  veicola  e media saperi, li rimastica  e comunica, anche con il corpo-  e studente, la  persona che li accoglie e rimodula , rimastica , fa  propri.  
E sono gli\le  studenti  più fragili ad aver bisogno più fortemente della dimensione fisico-relazionale nella pratica educativa e didattica. Sono le persone più fragili a cedere di fronte alla fissità rigida di una macchina che non guarda negli occhi, che non coglie  l’incrinatura dello sguardo, che non tradisce l’emozione della lettura di un testo poetico.
Eppure la macchina è una potente aiutante, moltiplicatrice di azioni parallele: espande il nostro lavoro su mondi virtuali, fa navigare nei percorsi multiformi di saperi che s’incrociano ed assumono forme diverse, si colorano di musica, immagini grafiche e cinematografiche. Consentono l’incontro con altre voci lontane che arricchiscono e potenziano la fisicità e l’umana relazione. Ma non la sostituiscono. Non possono sostituirla nel prezioso lavoro ordinario.   
Il dispositivo digitale  svolge con rigore  anche  il compito di  misuratore e  controllore oggettivo: vigila sui compiti prodotti da ogni studente, li conteggia, comunica orari e regolarità di consegne. Ben venga il suo meccanico aiuto. Porta regola, dà numeri e statistiche  che aiutano a decifrare la qualità dei processi. Ma non basta! Ben venga il meccanico aiutante, ma non basta!
Come ogni rivoluzione,  la rivoluzione necessaria della dad semina  anche distruzione mentre costruisce.  Chi ha sempre lavorato lavora anche di più, partecipa alla scommessa, fa tesoro dell’emergenza.
Chi non è economicamente o culturalmente adeguato si perde,  abbandona. Chi è più fragile, non ha sufficienti mezzi, pc, memorie digitali adeguate, dispositivi giusti, camera propria e  non condivisa con due sorelline vocianti, chi non ha altri trenta libri in casa, ambiente favorevole,   non sta al passo, non può partecipare alla pari, esserci.  E si perde anche chi pur disponendo di   piattaforme digitali,  ha  una storia di debolezza  motivazionale.
Eppure deve  essere questa la scommessa: una scuola inclusiva, capace di valorizzare e sostenere ogni persona, in modi differenti, diversificati.   Non abbandonando i più vulnerabili, i più fragili o solo i più timidi e timorosi, in un tempo in cui un’emergenza       sanitaria mette sotto gli occhi di tutti proprio  che la vulnerabilità è propria di ogni essere umano.  umani.   Proprio per questo è necessario  “mantenersi in contatto con l'aspetto umano”  facendo scelte che  non prescindano mai dall’umanità che è in ciascuno\a di noi.


Ora ci attendono la conclusione di un anno di scuola diverso  e l’inizio di un nuovo anno  di scuola in un tempo  che è fuori dell’emergenza ma in cui l’emergenza, così ci dicono, non sarà ancora risolta.  Una possibile via da percorrere è quella mista, in questo tempo di transizione: coniugare dad e didattica in presenza, dividendo la settimana in due parti disuguali, ma solo per studenti delle scuole superiori, è una via  che  permette di valorizzare le risorse migliori delle due modalità didattiche, risparmio di strumenti e maggiore condivisione di mezzi per le scuole, perfino  risparmi di carburanti  per i trasporti.  Ferma restando la centralità delle persone, delle umane relazioni, della crescita umana. Ferma restando la consapevolezza che la lezione d’aula in presenza resterà  insostituibile e che solo  l’esperienza e l’alta professionalità docente sono  capaci di rimodulare , almeno in parte, nell’emergenza,  la comunicazione e la condivisione fisica, necessari motori di empatia.  
  Che sia arrivato anche  il momento di  mettere fine al disastro antico, sempre denunciato mai ascoltato, delle classi-pollaio? Ripartiamo da qui. E’ necessario. 

*Le emozioni superano le distanze
di Linda Adamo, insegnante di diritto-Liceo Scientifico-Catania


Alle mie alunne e ai miei alunni
Come primi attori e attrici inconsapevoli di una pagina di vita inusuale, quasi una commedia estemporanea senza sceneggiatura e senza prove, siete protagonisti di una realtà anomala, così lontana da ciò a cui siamo abituati da apparire quasi incomprensibile.
Eppure, in questo vortice di morti numerate, di storie urlate o sussurrate, di dolori e di rinascite, avete suscitato in me nuove emozioni, quelle silenti, quelle che anche un' insegnante esperiente può scoprire di provare, di voler nutrire e gestire.
E così, dietro quegli schermi dei vostri dispositivi che segnano i confini e le distanze, invece ravviso nuove emozioni. E nella drammaticità del momento, dal groviglio dei miei sentimenti opposti, il mio sgomento di adulta si trasforma per voi in speranza; la mia paura solitaria si è vestita da gioia comune; il mio domani incerto diventa per voi conferma sicura. E sono così anch’io protagonista di una difficile pagina di vita, chiamata ad affiancare i vostri stati emotivi per viverli alla pari.
E poi nel concreto, la sveglia del mattino diventa complicità, la vostra quotidianità mi apre le porte e la vita appare in comune. Le pareti delle camere delineano il vostro isolamento, uno spazio che adesso diventa di tutti.  Il contatto esclusivo con ciascuno e ciascuna di voi, forse prima effimero e marginale, durante una lezione scandita dal suono di una campana, ora diventa discreto e personale e così perdo memoria del mio ruolo precedente. Non trovo invadente il vostro messaggio anche in orario inusuale e non segno ore in agenda, perché insieme abbiamo perso la cognizione del tempo. E dove le condizioni personali vi hanno diviso dagli altri, io ho provato a colmare le differenze e a mantenere un discreto silenzio. E così attendo con piacere di rivedervi e di risentirvi per ospitarvi nella mia casa, continuando ad indossare gli abiti da uscita e i monili visibili, con la stessa cura di prima, per onorarvi e compiacervi, sia pur nel mio immaginario.
E mi appare la ratio di tutto ciò:  poiché il momento che ci accomuna è un cammino di vita che non conosce precedenti, né età, né luoghi reali o virtuali, ma solo speranza per un futuro certo, non resta che condividere il nostro tempo dilatato e viverlo insieme, pur nella consapevolezza dei ruoli diversi. 
Ma un merito inconsapevole che vi è dovuto sarà quello di avermi fatto scoprire un nuovo spazio di riflessione, di aver trovato il tempo di curare i dettagli della nostra amicizia e di aver suscitato in me nuove emozioni, quelle che ad una certa età non riconosci o non ti entusiasmano più, quelle che qui, invece, hanno superato anche le distanze. 
Grazie, la vostra prof